Roma 27 Febbraio 2005
Simone Moscato intervista Mary Setrakian
Si ringrazia Domenico Stante
Simone:
Signora Setrakian è interesse mio e
dell’associazione capire gli aspetti rilevanti del suo percorso come
cantate e come insegnante.
Lei ha sempre cantato fin da piccola, poi nel suo percorso è
arrivato lo studio della tecnica vocale; quanto ha cambiato il suo
modo di cantare? Le ha aggiunto qualcosa o le ha semplicemente fatto
scoprire qualcosa?
Mary:
Mio padre amava cantare, avrebbe voluto
essere un “performer” ma non ne aveva avauto la possibilità, e così
mi ha spinta verso quella direzione, e riascoltando le registrazioni
di quando avevo tre anni sembrava già chiaro che quella era la mia
strada. Volevo però fare le cose a modo mio, e decisi da
grande di studiare canto “classico” (lirico), e di elaborare una mia
tecnica, che mi permettesse poi di cantare qualsiasi cosa volessi.
Andai alla Stanford University, dove mi attivai per organizzare ogni
sorta di musical, coltivando gli studi classici con Marie Gibson.
Poi al conservatorio dove studiai con Mark Pearson, e dove anche lì
venivano prodotti musical alla maniera di Brodway. La mia
tecnica a quel punto poteva considerarsi buona ma non perfetta.
Studiai un anno all’università di Boston
dove in uno stage estivo incontrai Phyllis Curtain, che mi fece
conoscere Joan Heller, la mia insegnante più importante e
significativa. Dopo varie esperienze mi resi conto di quanto il
teatro musicale fosse la mia strada. L’estate successiva Andai
a New York dove feci subito un’audizione alla “Light Opera of
Manhattan”, dove venni immediatamente presa e dove ebbi modo di
esibirmi tutti i giorni. Continuai a studiare con Joan Heller,
e compresi l’importanza di una totale assenza di tensione sulla
laringe, ed uno studio dei risuonatori per i diversi stili che
dovevo affrontare. Lo studio poi con Susan Batson, la mia
insegnate di recitazione, mi permise di connettere la recitazione
col canto, dandomi gli strumenti per combinare le due discipline.
Capii quindi come un’emozione si potesse tramutare in un suono, e
quindi nella ricerca di un particolare risuonatore.
Simone:
In
Italia si studia la tecnica Belting come la tecnica del musical, ma
c’è un po’ di confusione in merito all’applicazione di tale tecnica,
si fa riferimento al Belting come alla tecnica dello sfruttamento
della maschera, altri sostengono che il belting sia un suono
collacato sul petto, con la sua esprienza nello studio della tecnica
e del musical ci può aiutare a fare chiarezza?
Mary:
Io credo che la tecnica Belting non sia
adatta alle voci maschili, sia più utile alle donne, in quanto
attraverso l’uso di una timbrica scura più bassa, coinvolgendo le
cavità del petto oltre che della maschera, si permettono variazioni
nel suono più evidenti nella vocalità delle donne.
Simone:
Lei si destreggia su diversi stili,
caratteristica indispensabile per chi spaziando nella vocalità si
occupa di teatro musicale, questa varietà le è data da diverse
applicazioni tecniche o rimane il tutto più affidato
all’interpretazione?
Mary:
Partendo
da un buon supporto di fiato e dall’uso del vibrato in modo più o
meno calcato, il resto del lavoro è fatto dal colore determinato
dalla risonanza., quindi all’interpretazione che guida il suono.
Simone:
Quindi
secondo lei uno studio efficace è quello che non propone
l’applicazione di modelli ma la scoperta del suono attraverso
l’autopercezione? E’ quello che propone quando insegna?
Mary:
Si, non è detto che il supporto di fiato
e la tecnica che lo gestisce sia necessario a tutti nella stessa
maniera, io punto alla libertà dell’individuo e della sua voce.
Molti insegnanti di canto, come alcuni con cui io stessa ho studiato,
usano la tecnica per creare un suono bello, ma quello che ho
imparato ed amo del canto e dell’insegnamento, è l’importante
connessione tra la tecnica attoriale e quella del canto, due parti
secondo me inseparabili. Nei primi incontri con gli studenti
affronto gli aspetti della fisiologia del canto, come la
respirazione, ma prima li sento cantare, perché a volte anche senza
studio mi accorgo che ci sono già molte cose corrette su cui non
bisogna intervenire, come a volte c’è invece bisogno di una vera
ricostruzione. Io do le informazioni ma spesso mi fermo a
chiedere loro di cosa hanno bisogno. Io uso la tecnica
attoriale chiamata “personalisation”, dove lo studente viene
invitato ad “inviare” la canzone verso una persona posta nel lato
opposto della stanza, immediatamente l’azione toglie attenzione e
preoccupazione a come produciamo il suono, e quando il suono è
connesso verso qualcuno, qualcuno che ad esempio ami, accade
qualcosa nel suono che io non posso insegnare, che non è insegnabile.
Simone:
Ho sperimentato personalmente sul palco,
nello spettacolo Jesus Christ Superstar, la strana sensazione di
padroneggiare tecnicamente un brano ma non di sentire di non
riuscire a recitarlo correttamente, con risultati vocali non dei
migliori, questo è perché come diceva il canto è totalmente
comunicazione e trascende il corpo dell’individuo a favore
unicamente del messaggio? E’ questa la strada che ci porta poi
automaticamente ad una buona resa anche tecnica?
Mary:
Si,
nell’affrontare un brano o un ruolo, bisogna assoluamnete porsi
nella ricerca di quali siano le necessità del personaggio che
interpretiamo o del tema della canzone cha cantiamo, è la sensazione,
il suo bisogno, il contrasto che si crea tra l’esigenza del
personaggio e ciò che è chiamato a fare.
Simone:
Quindi
nel musical la tecnica vocale può addittura prescindere l’aspetto
tecnico a favore della capacità interpretativa?
Mary:
Il compositore scrive delle note, e una
storia, e quando leggiamo le note, ad esempio quelle molto alte nel
musical Jesua Christ Superstar, ci dobbiamo chiedere perché siano
cosi alte, se siano grida o note leggere, bisogna capire la verità
assoluta di ogni nota e cogliere il senso autentico di quello che
cantiamo.
Simone:
Ho trovato infatti difficoltà su note che
cantavo sempre agilmente ogni volta che me ne sono “inutilmente”
preoccupato.
Mary:
Il Crak vocal è molto interessante,
perché è un esempio evidente di uno stop della comunicazione più che
di un problema tecnico, dobbiamo sempre inviare quando cantiamo,
perché la preoccupazione non focalizza, ma crea il problema. E’ la
mancanza di fiducia nel suono che toglie il supporto, e crea la
differenza tra il suono che vorrebbe anndare e noi che lavoriamo
contro irrigidendoci.
Non dobbiamo mai porre la nostra attenzione sulle corde, ma al
massimo ai risuonatori, è un fatto fisico che se noi guardiamo una
molecola questa cambia, l’attenzione determina un cambiamento, e per
le corde l’attenzione produce un irrigidimento, le corde invece
vanno lasciate libere di muoversi, e la nostra attenzione va posta
sulla sensazione. Ad esempio, sulle note alte, le corde si
tendono, e la sensazione che dobbiamo richiamare è di uno spazio
piccolo o grande? Piccolo, le corde si allungano, si assottigliano,
si muovono più velocemente, e noi le accompagnamo con uno spazio
affine al loro stato. Nelle note basse supporteremo il suono
immergendolo in una fossa profonda d’acqua. Tutto poi passa
attraverso “il passaggio frontale”, ponendo le note però su piani
diversi, le basse vicino alla bocca, le alte sempre più su.
Non è possibile ascoltarsi competamente quando si canta, dobbiamo
cercare le note nei nostri risuonatori.
Se si cerca di sentire un particolare suono si creano i problemi,
bisogna lasciare che il suono sia libero di andare.
Simone:
Esiste
una tecnica del musical?
Mary:
No, esiste una conoscenza del proprio
strumento, dei risuonatori, e la capacità comunicativa di dire cose
diverse.
Quando ho fatto Evita a Brodway, sono andata dal direttore musicale
e gli ho chiesto “dimmi quale è il suono giusto”, poi ha iniziato a
cantare, senza ascoltare il mio suono, senza cercare uno stile,
quando poi ho trovato con il direttore il giusto suono, l’ho fissato.
Chiaramente nella ricerca del suono per “I dream a dream” (da i “Miserabili”)
ho poi finito per sfruttare i risuonatori del petto, ottenendo un
suono più scuro e meno squillante. Non è corretto su questo
pezzo ad esempio mischiare le tecniche.
Simone:
Nel
suono di petto lei porta la laringe in una posizione bassa con un
sostanzioso appoggio di fiato?
Mary:
Non penso mai alla laringe, lascio il
collo e penso al suono cha poi mi porta naturalmente al giusto
risuonatore.
Simone:
La ringrazio per la disponibilità.